Vi racconto una storia vecchia forse vera forse no

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Oggi mi è venuto in mente Emme. Non ho la più pallida idea di come la memoria mi abbia condotta fin li, a quel ricordo così lontano. Passeggiavo senza meta per la sala da pranzo, in cerca di non so che cosa e questo personaggio del passato resuscita come un fantasma dall’inconscio.  Non ci pensavo da secoli. Avevo 21 anni ed ero scellerata. Sconclusionata, inconsistente e per fortuna vivevo a Milano (altra Emme per M-ilano). Lui: siciliano, 28 anni allora, una faccia da dannato che non si dimentica. Leggeva Pessoa, scriveva poesie e suonava la chitarra. Mi propinava pure una montagna di video di Luigi Tenco. Provate ad immaginare. Quando la città era grigia e fuori pioveva lui cantava sempre qualcosa (non Tenco per carità), strimpellando egregiamente. Lo faceva guardandomi dritta in viso, con due occhi verdi che sembrava avessero appena visto il mare della sua terra e fossero rimasti la, lontani, attaccati alle onde salate.

In realtà, quella altrove ero io. Insieme facevamo un Karma pesante. Mancava la frivolezza necessaria. La leggerezza che stempera l’aria quando si fa di ghisa. Per questo è durata poco. Ma cosa dico, pochissimo. Giusto il tempo  per rifilarmi una bella randellata in fronte. Quel tipo di colpo che mi ha restituita alla realtà oggettiva,a  quella che sono. Gli devo un favore. Mi ha presa per i capelli, di forza, con una mano che era un punto di domanda e mi ha chiesto :

“Cosa sei? Cosa ti piace?” Incalzando con : “Non è ammessa una sola risposta, perchè una come te dev’essere molteplici cose. Non può piacerti una strada sola nella vita”.

L’ha fatto in un soffio, come se mi chiedesse quanti cucchiaini di zucchero volevo nel mio thè bollente. Comodo, seduto al tavolino di un bar in Corso Como, portandosi la tazza alla bocca per bere un sorso a frase conclusa. Faceva un freddo cane, era il novembre 2006 . Allora ho fatto quello che faccio sempre quando sono in imbarazzo. Certi gesti non si perdono mai, nemmeno col tempo. Ho abbassato lo sguardo e mi s’è accorciato il respiro per due nanosecondi. Alzando la testa gli ho risposto: “Devo rifletterci”.Mi sono vergognata come una ladra. La realtà è che una domanda del genere non l’avevo mai vista uscire ne dalla bocca di qualcuno, ne dal mio cervello.

Mi sono sentita venire al mondo una seconda volta. Solo che al posto di nascere bambina avevo il passato di una ventenne, il tumulto di una ventenne, due pseudotette ed annessi e connessi di una ventenne. Catapultata alla realtà dopo due decenni di sonno. Non è stato un momento divertente, ve lo garantisco.

Di quell’allora sono rimaste due cose: “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa (che non raccomando nemmeno al mio peggior nemico), suo dono, e la curiosità maniacale di frugare nell’animo del genere umano. Il mio, ma anche quello degli altri. Ci ho messo 7 anni per iniziare, forse, a capirci qualcosa. Ed anche se oggi una questione del genere mi procurerebbe più divertimento che imbarazzo devo ammettere che sono ancora qui che sbroglio metri e metri di matassa d’anima. Sicuramente, se potessi ascoltare l’odierna risposta tra altre sette volte 365 giorni mi ritroverei a ridere, come rido oggi di quella ragazzina che 7 anni fa scopriva di essere appena sbarcata da astrovega. Appena nata.

xxx

M

P.S. Emme dopo 7 anni è ancora un figo pazzesco. Vive a Milano ma pare torni spesso a Siracusa. Grazie al cielo sembra abbia abbandonato Pessoa e quel look emaciato da indie. Ha preso qualche kg ed anche se suona in un gruppo che fa musica elettronica ispirandosi all’apocalisse, si è dato alla Sagra del Gorgonzola. Per fortuna.

PHOTO : Jurgen Teller