Storia di un amore che finisce

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“1989, Cina, Grande Muraglia

Non era una ragazzina, Marina Abramović, quando, siamo nel 1976,lascia la Serbia e si trasferisce ad Amsterdam. Non era una ragazzina e neanche un’artista alle prime armi: in tasca un curriculum già di rispetto – mostre, insegnamenti, i primo riconoscimenti internazionali – in testa, la voglia di percorrere fino in fondo l’idea di arte che si era fatta, ovvero trasformare se stessa e soprattutto le sue emozioni, in opere. Insomma di mostrarsi senza barare. In gergo, questo modo di fare arte si chiama performance, nei fatti, significa mettersi a nudo, se necessario anche letteralmente, esporre i propri sentimenti come fossero quadri o sculture. Usare il corpo invece del pennello per mettere in scena quello che si vuole raccontare e non importa se questo provoca dolore. Marina è da poco in Olanda quando conosce un’altro artista: è tedesco ed il mondo ( almeno quello dell’arte) lo conosce come Ulay. Tra i due nasce una relazione ed una collaborazione. Tenuto conto dell’idea di arte che hanno in mente, non è chiaro stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra, ma forse non è nemmeno importante saperlo. Quello che è certo è che la loro è una grande storia, da qualsiasi punto di vista la si guardi: quello dell’arte e quello della vita. Negli anni che seguono , oltre che bravi, i due diventano sempre più conosciuti. Il che, ma questo lo posso solo immaginare,rende ancora più forte il legame tra loro, quasi una simbiosi: un due che diventa uno nel corso di viaggi, lavori, mostre.sempre usando se stessi e sempre senza risparmiarsi. Anche il loro amore lo espongono come un’opera d’arte. Poi, e questa è cronaca,la relazione finisce. Non sappiamo perché sia andata così:stanchezza,distrazione, divergenze, altri o altre?Chissà. Sappiamo però come hanno scelto di dirsi addio: anche questa è cronaca anzi opera. La loro storia era vissuta nell’arte, era lì che doveva finire.forse cercavano un luogo abbastanza lungo da poter contenere tutti i giorni che avevano passato insieme, o forse volevano semplicemente andare lontano, o magari gli e lo fa suggerito un amico : quello che importa è che alla fine hanno scelto la grande muraglia cinese. L’unica costruzione umana che si possa vedere dallo spazio, pare avessero sentito dire. Sono partiti dai lati opposti: lei da quello orientale, lui da quello occidentale ( forse hanno tirato a sorte , questa è un’altra cosa che non so). Da li hanno camminato l’uno verso l’altra, fino ad incontrarsi per lasciarsi di nuovo. Duemilacinquecento chilometri a testa, cinquemila chilometri in totale, è questa la misura dell’addio più lungo della storia. E la verità è che gli e li dovevano tutti, quei passi, ma proprio tutti: li dovevano a quelli che erano stati. Se volevano dire al mondo quanto lungo è un addio, beh , ci sono riusciti. Non ci posso fare niente. Ogni volta che penso a questa storia ( o, per essere più precisi, all’opera che contiene questa storia) mi commuovo. E mi dico che nessuno è mai riuscito a dire in modo più efficace una cosa che tutti sanno ma nessuno racconta, ossia che se è vero che ci vuole tempo per costruire una relazione, ce ne vuole anche, e tanto, per lasciarla andare.”

Da “Le scelte che non hai fatto” di Maria Perosino, Einaudi. Pag. 7-9

Photo: http://www.themoodboard.net/marina-abramovic-venezia/

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